Da Siracusa all’Ariston, con una parrucca comprata ovunque
Siracusa, classe 1996. Con ogni probabilità Ettore Ballarino, anche se lui non lo ha mai confermato ufficialmente e la questione del nome reale è ormai parte del personaggio quanto la maschera stessa. Tony Pitony non è una persona, è un pensiero intrusivo collettivo — lo ha dichiarato lui stesso, e la definizione funziona meglio di qualsiasi biografia.
Il primo scontro col grande pubblico risale al 2020, a X Factor, dove si presenta già travestito da Elvis con una versione neomelodica e ironica di una celebre canzone di Leonard Cohen. Dei quattro giudici, solo Mika gli concede un sì. Gli altri lo bocciano. Emma Marrone, una di quelle, ha ammesso negli anni successivi di essere diventata una sua fan. Nel mezzo ci sono anni di gavetta tra locali siciliani, studi teatrali a Londra nel circuito del West End, e poi la viralità — quella vera, costruita su TikTok a colpi di testi senza filtri che hanno diviso l’Italia tra chi ci leggeva satira sociale e chi ci vedeva solo volgarità.
The Lady Is a Tramp, e Carlo Conti con la maschera
Venerdì 27 febbraio, serata cover del 76° Festival di Sanremo. Ditonellapiaga — in gara con Che fastidio! — sceglie TonyPitony come ospite e insieme portano sul palco The Lady Is a Tramp, standard jazz del 1937 firmato da Richard Rodgers e Lorenz Hart, reso immortale da Frank Sinatra e poi, più recentemente, dalla versione Tony Bennett–Lady Gaga.
La scelta del brano non era casuale. Era, come ha raccontato la stessa Ditonellapiaga in conferenza stampa, quasi una questione di destino: due bottiglie di vino, una proposta, e la sensazione immediata che non ci fosse nulla da decidere. L’esibizione ha conquistato tutte e tre le giurie — televoto al 34%, stampa e radio al 33% ciascuna — portando la coppia alla vittoria della serata. Un risultato che non incide sul conteggio finale del Festival, ma che vale come misura del consenso. Carlo Conti, alla fine, ha indossato la maschera di Elvis. Difficile immaginare una resa più completa.

© Ufficio Stampa Rai. Un momento dell’esibizione
Il caco, la promessa e Tony’s Vocal
Poi è arrivato il momento che ha lasciato interdetti i telespettatori. Finita l’esibizione, Tony Pitony ha estratto un caco — il frutto — e lo ha poggiato sul palco dell’Ariston. Nessuna spiegazione, nessun commento. Solo quel gesto, preciso, quasi solenne.
Il riferimento è nel brano Tony’s Vocal, dove canta una promessa esplicita: se mai fosse arrivato su quel palco, avrebbe fatto esattamente questo. Una promessa mantenuta, formulata in codice nel modo che gli appartiene — attraverso una battuta che sembrava iperbole e invece era un contratto con il pubblico.
È qui che il personaggio di Tony Pitony rivela la sua coerenza interna. La maschera non nasconde: amplifica. L’anonimato non è una difesa, è un manifesto. Tutto quello che fa sul palco — i testi espliciti, la teatralità da crooner anni Cinquanta, il cortocircuito tra jazz classico e trash digitale — è costruito attorno a un’idea precisa di spettacolo, che ricorda da lontano l’approccio di Elio e le Storie Tese: dire tutto ad alta voce, senza ammiccare, e lasciare che sia il pubblico a decidere cosa farsene.
Lui lo sapeva da prima di salirci: il caco sul palco dell’Ariston è la chiusura perfetta di un cerchio.








